Gli strumenti dello Psicologo nell’orientamento

A cura della Dottoressa Veronica Giusti

La parola Orientamento deriva dal latino oriens (oriente) dal verbo oriri che significa sorgere. I templi greci e romani, infatti venivano costruiti con la facciata verso oriente, cioè verso il sole che sorge.

E’ una immagine molto suggestiva che evoca la possibilità di trovare, nel percorso di orientamento, la propria direzione, il proprio verso, il proprio punto cardinale.

Ma vediamo che la definizione di orientamento è cambiata nel corso del tempo per adeguarsi al mutamento di fattori sociali ed economici della società e ancora oggi muta con il mutare del mercato del lavoro e delle sue leggi.

Che cosa significa fare orientamento oggi?

La velocità dei cambiamenti sia in senso tecnico, che organizzativo fanno sì che attualmente sia più appropriato concepire l’orientamento non come una fase specifica della vita: il passaggio da un percorso di studi ad un altro, la scelta della professione, un cambiamento lavorativo, ma come una esigenza continua di apprendimenti (longlife learning) e come un processo continuo.

L’intervento di orientamento, quindi, deve essere sempre più in grado di sostenere l’ingresso nel mondo del lavoro altamente selettivo e competitivo. (Rossi, Sismondi, Odorico, Faussone, fava, 2004)
In questo scenario la Psicologia ha la possibilità di aprire molteplici spazi professionali soprattutto negli ambiti che offrono servizi alle persone.

Ci riferiamo ai centri per l’impiego, per gli immigrati, per le donne, per disabili, per adolescenti, cioè laddove orientare significa anche sostenere un cambiamento di status, cambiamento che compromette un equilibrio e si configura come crisi (Rossi, Sismondi, Odorico, Faussone, fava, 2004).

Quando abbiamo a che fare con categorie di persone, come sopra elencate, è bene chiedersi quale tipologia di setting è più utile adottare: individuale o gruppale?

Non si tratta però tanto di individuare quale modalità sia migliore, quanto piuttosto di comprendere che siamo in presenza di strategie diverse capaci di rispondere ad esigenze e bisogni differenti. (Pombeni, 1994).

Il gruppo è in grado di porre l’accento sulle risorse psico-sociali delle persone e, come ci ricorda Moreno, (1964) esso è il luogo privilegiato del superamento delle percezioni stereotipate di sé e il luogo per l’acquisizione di ruoli e atteggiamenti differenti.

Pombeni (1994) specifica che “non tutte le persone possono trarre gli stessi benefici dal rapporto di consulenza individuale. Per alcune di loro, in particolare per le fasce deboli, è necessario pensare ad una dimensione più articolata di intervento in cui sia possibile attivare delle strategie di rimotivazione e di recupero verso nuovi percorsi, attraverso un processo di analisi e rilettura delle proprie esperienze e di introduzione di nuove informazioni, in grado di stimolare la ricerca di soluzioni più soddisfacenti…”

Una risorsa per fare orientamento: il gruppo

Il gruppo quindi è lo spazio mentale e reale (Marzella, 2011) in cui i soggetti possono “incrementare la loro capacità di cogliere e/o istituire connessioni tra temi ed emozioni, fra affetti e storie, tra dimensioni prevalentemente interne (per esempio identità professionale, rapporto con il proprio lavoro e il proprio gruppo) e quelle prevalentemente esterne.” (Di Maria, Venza, 2002)

Di seguito elenchiamo i fattori (Yalom, 1970) che mettono in evidenza l’utilità nell’impostare un setting gruppale nell’ambito di un intervento di orientamento, sia esso scolastico, che professionale.

Sottolineiamo che sebbene i fattori di gruppo si possano manifestare naturalmente all’interno del gruppo stesso, sarà l’intervento competente di uno psicologo esperto in dinamiche e tecniche di gruppo a condurre il lavoro dei membri verso degli obiettivi prefissati e a saperli leggere e utilizzare dentro una cornice teorica di riferimento!

  •  Universalità. L’individuo può constatare che grazie alle esperienze degli altri membri non è il solo ad affrontare una determinata esperienza, le sue esperienze emotive sono condivise, non è l’unico ad avere incertezze, dubbi, domande non risolte.
  • Altruismo. L’individuo può sperimentare e scoprire sue doti nascoste come la capacità di ascolto e di comprensione dell’altro. Scoprirsi di aiuto per gli altri può aumentare la propria autostima, la fiducia in se stesso e nei propri mezzi.
  • Apprendimento interpersonale. L’individuo può prendere coscienza dei propri atteggiamenti, fantasie, aspettative, comportamenti in relazione ad un determinato ambito. C’è sicuramente una maggiore visibilità dei meccanismi di relazione interpersonale e sociale.
  • Informazione. Gli altri partecipanti sono importanti fonti di informazioni di dati pratici. L’individuo quindi allarga le sue possibilità di conoscere il contesto in cui pensa di formarsi o di lavorare
  • Coesione di gruppo. I rapporti soddisfacenti con i membri del gruppo, la condivisione e la socializzazione delle proprie difficoltà aumentano la fiducia nel raggiungere i propri obiettivi.
  • Catarsi. L’individuo ha la possibilità di riconoscere i propri sentimenti sia positivi che negativi.

Tecniche di gruppo

Il gruppo dà la possibilità di lavorare con i suoi membri non solo attraverso discussioni aperte basate su argomenti che le persone desiderano affrontare, ma anche attraverso tecniche attive in grado di far emergere atteggiamenti, fantasie prevalenti, comportamenti, simbolizzazioni emotive.

Le tecniche attive di gruppo sono tecniche che fungono da facilitatori di tutti quei contenuti di cui le persone sono meno consapevoli. Lo scopo, quindi, è quello di far scaturire racconti dagli eventi, liberare narrazioni. (Marzella, 2011).

Sarà il conduttore del gruppo, nel nostro caso lo psicologo orientatore, che, guidato da una sua teoria di riferimento, leggerà criticamente ciò che accade all’interno del gruppo finalizzando tutto il lavoro verso l’obiettivo principale: orientare i membri partecipanti.
Abbiamo selezionato, pensando all’intervento di orientamento, una serie di tecniche attive da utilizzare con gruppi di persone.

I gruppi possono essere omogenei, ovvero i partecipanti sono accomunati da una certa caratteristica o eterogenei, con una varietà interna per tipologia di persone, di età  a seconda del contesto nel quale ci troviamo a progettare il nostro intervento.

La numerosità del gruppo può variare e dipendere dal contesto entro il quale situiamo il nostro progetto.

Potremo quindi sia lavorare con piccoli gruppi di 10/12 persone, sia con gruppi più ampi, come ad esempio un gruppo classe nel caso di un orientamento scolastico.

Anche la frequenza degli incontri sarà decisa in base all’intervento stesso e al contratto con la committenza nel momento istituente.

  • Il TAT in acquario (Tematic Aperception Test)

Una prima esercitazione da proporre al gruppo può essere quella del TAT in acquario che consente ai partecipanti di passare da un prodotto individuale ad un prodotto di gruppo, frutto del confronto e del contributo di ciascuno. Questa esercitazione consiste nel proporre una figura stimolo.
Nel caso dell’orientamento, sceglieremo fotografie evocative di situazioni lavorative.
Murray sostiene che, poiché ogni soggetto di solito distorce la realtà esterna proiettandovi i propri bisogni, desideri, pulsioni, timori sarà portato a fare la stessa cosa con le tavole del TAT.
L’immagine quindi è solo un pretesto per produrre una narrazione in contatto con le simbolizzazioni emotive dei membri in riferimento a contesti professionali.
Si darà una traccia da seguire: chi sono i personaggi della storia, cosa è successo prima, cosa accadrà in seguito, come finirà la storia. Completata la storia individuale, i membri del gruppo, divisi in due piccoli gruppi, si mettono insieme per produrre alternativamente una storia comune, mentre l’altro piccolo gruppo li osserva.
Le storie prodotte possono comunicare importanti problemi relativi al contesto, a conflitti che non compaiono in maniera manifesta e a problematiche socio-culturali.

  • Il role playing

Particolarmente indicato in interventi di tipo orientativo in cui si voglia preparare i partecipanti ad una certa situazione lavorativa, sociale o scolastica.
E’ il gioco di ruolo, che dà la possibilità ai membri di confrontarsi con situazioni strutturate, in ruoli precisi e di sperimentarsi entro circostanze ipotetiche.
Tra i giochi di ruolo possiamo prevedere sia la simulazione di situazioni standard di vita, sia concentrarci su situazioni legate al mondo del lavoro, come un colloquio di assunzione o la presentazione di un proprio progetto ad un determinato interlocutore.

  • I business game

Anche i business game hanno l’obiettivo di far sperimentare, attraverso il gioco e la simulazione, il come fare.
Questi giochi, infatti, propongono ai partecipanti la divisione dei ruoli, l’attenzione al tempo e la gestione delle risorse che si hanno a disposizione.
Si tende a valorizzare l’aspetto cooperativo, per questo si evita di introdurre modalità e regole di tipo competitivo.
I partecipanti verranno divisi in piccoli gruppi, ognuno dei quali si caratterizzerà come una microimpresa dentro uno specifico contesto. Scopo del gioco sarà quello di valorizzare non solo le risorse di ogni microimpresa, ma di creare un network condiviso e sostenibile tra tutte le microimprese presenti nel mercato immaginato.
I partecipanti di ogni piccolo gruppo quindi dovranno prendere delle decisioni nelle aree del marketing, delle vendite, della possibile clientela e della relazione con le altre microimprese. (Di Benedetto, 2013)

  • La torre

Quando i partecipanti hanno superato le fasi costitutive ed il gruppo quindi ha scoperto una sua identità e un suo funzionamento si può proporre l’esercitazione della Torre.
Lo psicologo orientatore porterà del materiale (cartoncini colorati, forbici, pennarelli nastro adesivo) e chiederà ai membri di costruire una torre. Questa esercitazione ha come obiettivo principale quello di consentire al gruppo di costruire un oggetto che lo rappresenti simbolicamente entro un sistema di appartenenza sociale e di collaborare ad un obiettivo comune in cui ognuno è chiamato a svolgere il proprio ruolo e la propria funzione in vista però di un prodotto comune.
La torre sarà il risultato di una integrazione tra prospettive e competenze diverse. (Carli, 2004)

La breve rassegna appena presentata non è, naturalmente, esaustiva: esistono molteplici giochi attivi di gruppo che possiamo utilizzare per raggiungere gli obiettivi orientativi.

Sarà quindi compito dello psicologo orientatore avere cura di selezionare un metodo o un altro in funzione dello specifico gruppo col quale sta lavorando.

Per concludere vorremmo solo sottolineare un ultimo importante fattore che ci fornisce il gruppo come strumento di intervento orientativo: esso dà la possibilità ai partecipanti di apprendere attraverso l’esperienza, (Foulkes, 1948) rafforzando soprattutto le competenze relazionali, valorizzando aspetti quali responsabilità nei confronti degli altri e permettendo anche di operare una autovalutazione attraverso il confronto , lo scambio e la discussione entro il gruppo.